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Recordet | 1975 – Bruno Boni il Sindaco di Brescia

1975 – Bruno Boni il Sindaco di Brescia

Nel 1975 scadevano per Bruno Boni i 27 anni della carica di sindaco della città di Brescia e così finirono i 5 lustri (e più) del più longevo sindaco d’Italia, eletto per la prima volta nel 1948.

Raccontare ai giovani d’oggi chi era Bruno Boni, per loro soltanto un nome del passato, non è semplice- anche perché ci vorrebbero dei volumi e non solo poche righe. Per gli altri, questo racconto sarebbe inutile, perché il sindaco Boni è stato uno degli elementi identificativi di Brescia, non meno di piazza Loggia, del Castello o dello Stadio Rigamonti e ogni bresciano almeno cinquantenne lo ha visto passeggiare sotto i portici o lo ha sentito parlare.

Chi ha avuto come me l’occasione di vivere e lavorare per oltre 37 anni in Loggia, oltre 13 dei quali alle dirette dipendenze del Sindaco Boni in qualità di avvocato capo del Comune di Brescia, ha avuto modo di conoscerlo più da vicino e forse può raccontare alcuni episodi che ne illustrano  meglio la personalità. Salito in Loggia nell’immediato dopoguerra e trovatosi alle prese con problemi terribili quali la ricostruzione di una città col 30% degli edifici lesionati dai bombardamenti, Bruno Boni capì subito la necessità di sollecitare e incanalare le energie lavorative e industriali della città.

Ci riuscì benissimo ed uno dei suoi crucci fu la questione del canale navigabile per collegare Brescia e Cremona al Po: credeva fermamente nel problema dei trasporti su acqua e fino agli anni Settanta i  piani regolatori cittadini recavano ancora una indicazione precisa del futuro canale navigabile. Il mio rapporto con lui era di grande familiarità e reciproco rispetto. Spesso mi parlava in dialetto e quando gli portavo degli atti da firmare non li leggeva neppure dicendo “Se’l mal porta lu, me firme”.

Nelle drammatiche giornate di Piazza loggia che precedettero di un anno il suo ritiro (in realtà avrebbe continuato a lungo prima come presidente dell’Amministrazione Provinciale e poi della Camera di Commercio) fu l’unico politico che non venne fischiato dalla folla inferocita in quel clima sospeso da Rivoluzione d’Ottobre che aveva invaso la città. Riuscì a parlare, anche se dovette porre un freno alla sua eloquenza torrentizia, mentre il povero vescovo Morstabilini riuscì a stento a concludere la cerimonia funebre con le bare collocate sotto il portico della Loggia. La città era piena di persone, mobilitate dai Sindacati, che portavano un bracciale rosso con falce e martello e svolgevano un servizio d’ordine.

Ricordo che andai da lui e gli dissi che, secondo la legge comunale e provinciale 1934, il sindaco era l’autorità locale di pubblica sicurezza e perciò poteva nominare degli aggiunti per la tutela dell’ordine pubblico: perché non facciamo stampare dalla tipografia comunale dei bracciali bianco/blu con lo stemma della Leonessa e l’indicazione del Comune di Brescia da distribuire a quei personaggi, dando così un aspetto di legittimità al clima da “soviet” diffuso in città? Boni disse subito di sì e così i bracciali rossi a poco a poco scomparvero.

Era un grande appassionato di sport, calcio e ciclismo in particolare e i suoi mercoledì al campo Rigamonti costituivano un appuntamento fisso: calzava i guanti da portiere, come quando giocava nelle squadrette della Pace e parava i rigori tirati dal grande Gigi De Paoli, centravanti del Brescia, della Juventus e della Nazionale.

E morto povero, nella tradizione dei sindaci bresciani, tutti persone perbene, così diversi dal clichè dei politici del giorno d’oggi, causa ed effetto del disgusto generale verso la politica così diffuso.

Era un grande appassionato di scienze matematiche, che aveva insegnato anche a scuola e la sua scrivania era sempre ingombra di libri mandati dalla libreria Tarantola sul Corso, dove era facile incontrarlo. Era un notorio ammiratore del bel sesso e quando qualcuno gli faceva discretamente notare come le chiacchiere sull’argomento fossero un po’ troppe, rispondeva: “Le muruse? Guai se non se ne parlasse, ma i soldi no, con quelli non si scherza”.

Nella galassia delle correnti DC apparteneva a quella di Fanfani, di cui era amico personale, ma non accettò mai di ricoprire incarichi di governo, compiacendosi di ripetere il noto detto di Giulio Cesare “melius primus Galliae quam secundus Romae”. Gli si attaglia bene lo slogan, coniato da Mino Martinazzoli al momento della morte, di “sindaco per sempre”.

  MARCELLO BERLUCCHI
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